L’Italia divisa e l’arte della fuga: se i giovani migliori scappano dal Mezzogiorno, laggiù cosa resterà?

Di Alessandro Rosina - 15 gennaio 2010 In Editoriali

Il punto di vista di un outsider che invita i giovani a riappropriarsi del loro futuro: con questo nuovo editoriale Alessandro Rosina, 40 anni, docente di Demografia e autore insieme a Elisabetta Ambrosi del bel saggio Non è un Paese per giovani (Marsilio) prosegue la sua collaborazione con la Repubblica degli Stagisti.

La Banca d’Italia ha appena pubblicato uno studio sulla mobilità per lavoro in Italia,
che mette in luce soprattutto la presenza di un consistente flusso di uscita dalle regioni del Sud Italia - il che conferma quanto già da qualche anno emergeva dai dati Istat e dai rapporti dello Svimez. Ma, oltre al dato quantitativo, ancor più degno di nota è quello qualitativo: ad abbandonare il Mezzogiorno sono soprattutto le sue risorse migliori, ovvero i giovani con istruzione più elevata e con maggiori qualifiche professionali.
Se l’Italia appare una nave che affonda, le falle maggiori si trovano a Sud. Da quest'area del Paese chi può se ne va. Chi rimane si rassegna rinunciando sia a lavorare che a fare figli. Da qualche anno, infatti, il Sud è diventata anche una delle aree con più accentuata denatalità del mondo occidentale. Oltre alla fiducia sembra oramai persa anche la speranza. Difficile trovare un’altra area del mondo sviluppato che stia disinvestendo così tanto nel capitale umano, in termini sia quantitativi che qualitativi. Pochi figli, pochi servizi per l’infanzia, basse performance scolastiche, ridotte opportunità occupazionali, emorragia delle risorse migliori.
Nel 2011 celebreremo un secolo e mezzo di unità d’Italia, ma ci sarà ben poco da festeggiare se ci arriviamo continuando a fuggire dai problemi invece di risolverli. Perché, allora, anziché intenderlo come un desolante anniversario commemorativo, non lo facciamo diventare un’occasione per raccogliere e lanciare nuove idee, anche provocatorie e scomode, per l’Italia del futuro?
In alternativa al “si salvi chi può”, cosa servirebbe all’Italia per non affondare e avventurarsi in più prolifiche e produttive acque? Meno assistenzialismo, forse, e più politiche attive che promuovano l’entrata e la permanenza nel mercato del lavoro. Meno privilegi legati all’anzianità e maggiore valorizzazione delle capacità dei singoli. Meno corporazioni e più spazio alla libera iniziativa. Meno cooptazione e nepotismo e più selezione basata su trasparenza e merito. Meno fughe individuali e più reazioni collettive?

Alessandro Rosina

Per saperne di più su questo argomento, leggi anche:
- Caro Celli, altro che emigrare all’estero: è ora che i giovani facciano invasione di campo e mandino a casa i grandi vecchi
- «Non è un paese per giovani», fotografia di una generazione (e appello all'audacia)
- Trentenni italiani, la sottile linea rossa tra umili e umiliati nel libro «Giovani e belli»

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