Giovani, lavoro e stipendi troppo bassi: quando al mutuo ci pensa papà (indebitandosi). Parola di Luigi Furini

Di Eleonora Voltolina - 01 giugno 2009 In Approfondimenti

Leggere Luigi Furini (nella foto qui a fianco) è sempre uno spasso. Dopo Volevo solo vendere la pizza, racconto autobiografico e tragicomico del suo tentativo - ovviamente fallito - di avviare un'attività di pizza al taglio, e Volevo solo lavorare, in cui toccava la spinosa questione del mobbing sul posto di lavoro, il giornalista stavolta affronta il problema dei salari e dell'indebitamento.
Il libro ha un titolo eloquente, L'Italia in bolletta
(Garzanti), seguito da un sottotitolo ancor più esplicito: «Risparmi in fumo, debiti alle stelle: come si estingue il ceto medio». Prestiti, mutui, carte di credito revolving: ce n'è per tutti i gusti.
A dispetto della copertina seriosa (nell'immagine sotto), come nei precedenti libri Furini scrive in prima persona, in maniera scanzonata, tratteggiando ritratti espressivi delle persone che incrocia sulla sua strada. Si parte con Roberto, guardia giurata strozzata dalle rate per i viaggi e per la casa; poi con lo scorrere delle pagine si incontrano Maria, pensionata che va a rifarsi i denti in Croazia col pulmino della Cigl, Massimo che ha perso la casa ed è in cassaintegrazione, il giornalista Marino che non osa confessarlo ma ha visto i suoi risparmi andare in fumo in Borsa...
Giovani a dir la verità ce n'è pochi. Forse perchè per potersi indebitare almeno un contratto e uno stipendio bisogna averli? «Esatto» conferma Furini alla Repubblica degli Stagisti: «I ragazzi purtroppo molto spesso hanno redditi troppo bassi per mantenersi da soli. E allora capita che siano i genitori ad accollarsi il mutuo per la casa, o il finanziamento per la macchina». Insomma, i figli gravano sul bilancio di mamma e papà ben oltre il tollerabile: «Dopo i venti, venticinque anni dovrebbero diventare adulti a tutti gli effetti, poter disporre di un reddito proprio e vivere una vita autonoma. Ma non ce la fanno, perché raramente hanno una busta paga decente: e allora per loro garantiscono i genitori».
Nel libro l'unico under 30 è Luigi, ventiseienne che prima spende e spande - per la macchina, la moto, la bella vita con la fidanzata - e poi non sa come spiegare alla madre che rischiano il pignoramento della casa. Guadagna 1200 euro al mese, e 1137 gli partono per le rate dei prestiti che ha chiesto: ma certo non può vivere con 63 euro... Una storia-limite, è chiaro. «Però bisogna ammetterlo: nei ragazzi di oggi, specialmente quelli con bassa scolarità, c'è una certa superficialità rispetto allo spendere. Sono molto condizionati dalla tv, assorbono i messaggi pubblicitari come spugne» riflette Furini: «Quello che era una voglia è diventato un bisogno, e quello che era un bisogno è diventato una necessità. Nessuno vuol mettere in dubbio che la macchina o il telefonino siano beni ormai indispensabili: ma c'è il cellulare da 100 euro e quello da 500, c'è l'auto da 10mila euro e quella da 30mila. Il problema è che se giri con una Punto sei un nessuno, e allora c'è bisogno del Suv: anche a costo di indebitarsi per anni. Ed è così con tutto. Perfino le ciabatte, che non sono altro che un pezzettino di gomma, devono essere griffate: e quindi invece che un euro ne costano 30».
La crisi forse può contribuire a un'inversione di tendenza? «In effetti sto registrando negli ultimi mesi un movimento inverso, una timida riscoperta del valore di una riduzione dei consumi. Ma se la gente smette di consumare l'ingranaggio si ferma: e invece deve continuare a funzionare, altrimenti i pubblicitari e le aziende si disperano». Così gli italiani continuano a spendere più di quel che guadagnano, e finiscono in bolletta.

Eleonora Voltolina

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